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Accabadoras

Le sacerdotesse della morte

Era compito di “sa femmina acabadora” procurare la morte a persone la cui agonia diventava inaccettabile. La tradizione voleva che la donna agisse solo in casi del tutto eccezionali. La pratica non doveva essere retribuita dai parenti del morente, poiché il pagare per dare la morte era contrario ai dettami della religione e della superstizione.

Accabadora

Studi approfonditi e analisi della documentazione rinvenuta presso curie, diocesi sarde e musei, hanno accertato la reale esistenza di questa figura. S’acabadura era un atto pietoso nei confronti del malato terminale, nonché un gesto necessario alla sopravvivenza dei parenti, soprattutto per le classi sociali meno abbienti: nelle campagne e nei piccoli paesi isolati era difficile raggiungere un medico o un ospedale, sarebbero occorsi molti giorni di cammino. Si dovevano evitare lunghe e atroci sofferenze al malato.

Murales Accabadora

Un inabile immobilizzato, forse anche privo di un letto, costituiva un aggravio della già precaria condizione familiare. Alessandro Bucarelli, medico legale e antropologo criminale dell’Università di Sassari, ha studiato molto e scritto altrettanto sulle acabadoras. A modo loro queste donne conoscevano perfettamente l’anatomia umana; erano “praticas”, levatrici, curatrici e anche donne capaci di uccidere con metodo e precisione.

Su Mazzolu

Si racconta che dopo l’estrema unzione, una volta andato via il prete, la donna arrivasse nella casa del malato, sempre di notte, vestita di nero e con il volto coperto. Durante il cammino verso la sua missione non doveva essere notata o vista da nessuno. La porta della casa veniva lasciata socchiusa: lei entrava senza incontrare nessuno degli altri conviventi, dirigendosi direttamente verso l’unica porta che veniva lasciata aperta, quella della stanza del malato, e lì rimaneva sola con lui.

Accabadora in preghiera

Nella camera, per prima cosa toglieva tutte le immagini sacre; si pensava che esse prolungassero l’agonia della persona ammalta rallentandone il trapasso. Anche gli oggetti cari al malato si portavano fuori: la pratica avrebbe reso meno doloroso e più veloce il distacco dello spirito dal corpo, liberando la persona dall’attaccamento alla vita terrena.

Su mazzolu

Il malato, a questo punto, era libero di abbandonarsi alla morte: molti, infatti, morivano durante questa fase. Se tutto ciò non fosse stato sufficiente, si ricorreva al giogo, una miniatura da poggiare sotto la nuca dell’agonizzante. Se lo spirito ancora non voleva staccarsi dal corpo, era palese la colpa del moribondo che, in passato, avrebbe potuto essersi macchiato di un crimine vergognoso: ad esempio, poteva aver bruciato un giogo o spostato i termini limitari della proprietà altrui, oppure era colpevole di aver ucciso un gatto. L’ultimo atto consisteva nell’uso delle mani: la donna non esitava a donare una “bona morte” (atto pietoso e dignitoso) all’infermo, a volte macilento, necrotico o invaso dai vermi.

Pittura accabadora

La morte veniva provocata tramite soffocamento, o con un colpo secco in un punto preciso del cranio. Lo strumento più utilizzato era una sorta di piccolo martello di legno d’olivo, “su mazzolu”, del quale si trovano ancor oggi alcuni reperti. Si hanno prove di pratiche de s’acabadora fino agli anni venti del ’900, precisamente una a Luras e una a Oristano. L’ultimo caso forse ad Orgosolo nel 1952, che venne archiviato come suicidio. Secondo le riflessioni dell’Alziator, il compito des’acabadora non era tanto quello di mettere fine, nel senso letterale del termine, alle sofferenze dei moribondi con l’utilizzo di uno strumento palesemente inquietante, quanto quello di cercare di accompagnarli alla fine della loro agonia tramite riti di cui si è sicuramente persa la memoria.

Accabadora Strumenti

Ancora oggi, in certi paesi di Sardegna, quando il moribondo tarda ad esalare l’ultimo respiro, i parenti, dopo aver tolto tutte le immagini sacre dalla stanza, avvicinano alla sua testa o ai suoi piedi un pettine o un giogo per tentare di alleviargli le sofferenze, accelerandone la dipartita.

Elisa Monica Magario

Emily Volta

Patrizia Secchi

Foto: http://www.flickriver.com/places/Italy/Sardinia/Ollolai;

http://www.cinemecum.it;http://www.cinemecum.it/newsite/index.php?option=com_content&view=article&id=1358:leggenda-e-realta-dell-accabadora&catid=35&Itemid=248; Francesco Mereu;

http://www.provincia.mediocampidano.it;

http://www.webalice.it/ilquintomoro/storia_tradizioni/due_monumenti_della_natura.html;

http://golem.ilcannocchiale.it/?id_blogdoc=531228;

16 Comments

  1. Inquietante unione di pietas e superstizione. Molto interessante e chiarificatore l’articolo, belle le foto.

  2. Ne avevo sentito parlare, però non avevo mai avuto l’occasione di leggere qualcosa di particolare e specifico. Dico che la figura dell’accabbadora è abbastanza inquietante, diametralmente opposta alle regole della nostra religione.

    • Sì caro Franco, ma ricordiamoci che queste pratiche venivano messe in atto solo in casi eccezionali. Pensiamo a corpi macilenti, malati terminali con dolori atroci che solo la morte poteva placare. Queste donne cercavano anche di salvare la dignità delle persone, infatti a volte era proprio il moribondo a mandarle a chiamare. Grazie, un abbraccio.

  3. Ho letto il libro “Accabbadora” della Murgia”…Brividi, ancor di più sapendo che prima era
    una realtà vera!

  4. inquietante, interessante. una figura che non avrebbe dovuto scomparire.

  5. Pensare che tale pratica, o atti isolati, si siano protratti sino al1952 fa sicuramente riflettere.

  6. Il tempo passa, il problema resta, s’accabbadora di ieri è l’eutanasia di oggi? Anche lei è senza volto e per entrare ha bisogno della porta socchiusa dalla sua legittimazione! La sua anima sarà comunque sempre libera.

  7. Chiedo scusa. S’accabadora, si scrive con una b!
    Grazie Accabadora, con te il male muore, la pena pure e, l’altra anima nasce per ricominciare la sua nuova vita.

    • Ciao Tore, lo abbiamo trovato scritto anche con due “b” in vari documenti. non si è fatto apposta. grazie mille.

  8. C’è così tanto da sapere su noi stessi…….

  9. vorrei che facessero così a me nel caso mi ammalassi di alzaimer


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