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«Di notte ancora sogno quel pozzo maledetto»

Appena ho letto “Angelo Licheri”, per qualche secondo ho rivisto un’immagine nitida sepolta nella mia memoria da chissà quanto tempo, uno schermo in bianco e nero con un Badaloni giovanissimo impegnato a condurre un telegiornale che pareva non finire mai…Di quel 1981 dovrei ricordare altre cose: l’attentato a Papa Giovanni Paolo II, la loggia P2 o le BR che ancora terrorizzavano l’Italia con rapimenti e attentati.

Dovrebbero tornarmi alla mente immagini di un turco barbuto portato via in manette o di un presidente occhialuto che fuma la pipa e parla di quando era partigiano, invece mi torna in mente solo l’immagine di un bambino che sorride e indossa una canottiera a strisce: Alfredino Rampi, un bimbo di 6 anni affetto da una cardiopatia.

Il bambino  é caduto in un pozzo a Vermicino. Angelo Licheri appare in quel marasma di telecamere, curiosi, infermieri e vigili del fuoco che avrebbero dovuto essere i soccorritori di Alfredino. Dopo tanti tentativi di salvataggio, fatti con trivelle e altre inutili soluzioni, Licheri sembra essere l’uomo giusto: agile, magrissimo, calmo e determinato. Il tipografo di Gavoi non aveva alcuna esperienza di speleologia, ma in compenso aveva coraggio da vendere. Alle 23,50 di venerdì 12 giugno Licheri viene calato nel cunicolo il cui diametro misurava solo 28 cm. Raggiunge Alfredino a 60 metri di profondità.

Il bimbo ormai rantola per le tante ore trascorse nel pozzo (58) e per il fango che sempre di più lo avvolge, soffocandolo. Licheri tenta l’impossibile: rimane a testa in giù per 45 minuti, più del doppio del tempo massimo previsto. Riesce a toccarlo e a parlargli, ma il corpo del bimbo è esile e scivoloso, nonché imprigionato dal fango. Non riesce ad afferrarlo per riportarlo in superficie. Dopo 7 tentativi, Licheri, ormai esausto e rassegnato, non può far altro che mandargli un bacio e tornare su. In evidente stato confusionale, con gravi ferite su tutto il corpo e in un mare di lacrime, viene portato con urgenza in sala di rianimazione.

Un ultimo tentativo viene fatto da un altro volontario, Donato Caruso, ma neanche lui riesce a salvare Alfredino. All’alba del sabato, dal microfono calato nel pozzo non arriva più nulla. Un medico conferma che il bimbo è morto. Il magistrato ordina di far riempire il pozzo con gas refrigerante per conservare il corpo, e le operazioni di recupero si concludono solo due settimane più tardi. A quel punto viene aperta un’inchiesta, che avrebbe dovuto chiarire le dinamiche esatte dell’incidente.

In quei giorni l’Italia era l’epicentro di un terremoto causato dallo scandalo della P2. L’allora presidente del Consiglio dei Ministri Forlani, rende infatti pubblici gli elenchi degli iscritti alla loggia massonica. Elenchi ricolmi di nomi appartenenti a personaggi pubblici piuttosto noti che ricoprivano cariche importanti della politica, dell’alta finanza e delle pubbliche amministrazioni. Lo scandalo minaccia di far cadere numerose teste e tanti iniziano a tremare al solo pensiero delle conseguenze che ne sarebbero scaturite. Dunque non pochi sospettano che Alfredino in quel pozzo non ci sia caduto per un tragico incidente, bensì perché qualcuno ce lo avevo gettato di proposito.  L’evento mediatico che scaturiva da quell’episodio distoglieva infatti l’attenzione pubblica dai fatti legati ai pidduisti, per dirottarla verso lo sfortunato bambino.

L’esame autoptico svolto dal medico legale, mette in luce, oltre alla presenza di numerose lesioni compatibili con l’urto contro le pareti del pozzo durante la caduta, nonché una frattura al polso sinistro causata da Licheri nel tentativo di sollevare il bambino, la presenza di un oggetto sospetto legato attorno alla vita del bimbo: una cinghia simile a quelle utilizzate per gli zaini, i cui capi erano collegati tra loro da un anello metallico, che poteva far sorgere un terribile sospetto, ovvero, che Alfredino fosse stato calato di proposito nel pozzo, legato con una corda doppia. Angelo Licheri finì in tribunale e, sottoposto ad estenuanti interrogatori per anni, continuò ad asserire che quella cinghia l’aveva applicata da lui durante i tentativi di recupero e che gli era stata data da un vigile del fuoco quando ancora si trovava in superficie. La testimonianza di Donato Caruso aggrava la sua posizione. Egli, infatti, riteneva impossibile far indossare quella sorta di imbragatura all’interno del pozzo: lo spazio era talmente ristretto da impedire anche il minimo movimento, figurarsi eseguire un’operazione così complessa come allacciare una cintura.

Licheri, sfinito, ferito e amareggiato, opta per l’esilio volontario in Africa. Le tesi dei complottisti fortunatamente dopo anni si fermano, e con esse anche il tentativo di infangare un atto coraggioso e mirabile come quello del nostro eroe, che finisce con una serie di accuse fantasiose e poco credibili. Oggi Angelo Licheri vive con una pensione minima. A causa del diabete gli è stata persino amputata una gamba. E di notte sogna ancora quel pozzo maledetto.

Antonio Murgia Piras

Elisa Monica Magario

Emily Volta

Patrizia Secchi

 

Foto: http://farm6.static.flickr.com/5023/5687739489_420a5ff5bf.jpg;

http://sessantanove.ilcannocchiale.it/2010/10/13/italia_vs_cile.html;

http://www.minimaetmoralia.it/?p=4263;

http://archiviofoto.unita.it/index.php?f2=recordid&cod=852&codse;

http://permilleanni.blogspot.com/;

http://archiviofoto.unita.it/index.php?f2=recordid&cod=852&codset.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 Comments

  1. Ricordo con tristezza quei tragici momenti; momenti pieni di speranza per l’intervento di Angelo, ma poi tramutati in angoscia per l’insuccesso del suo intervento. Povero Alfredino, tragicamente scomparso. Mi sono soffermato davanti alla sua tomba, in occasione della dipartita di un mio parente a Roma. Un triste ricordo.

  2. Grazie…..


One Trackback/Pingback

  1. […] Protagonista di quella storia fu anche un tipografo sardo. “Dopo tanti tentativi con trivelle e altre inutili soluzioni, Licheri  sembra  l’uomo giusto, agile, magrissimo, calmo e determinato. Il tipografo  di  Gavoi  non  aveva alcuna esperienza di speleologia ma coraggio da vendere.  Alle 23,50 di venerdì 12 giugno Licheri viene calato nel cunicolo il cui diametro misurava solo 28 cm., raggiunge Alfredino a 60 metri di profondità. rimane a testa in giù per 45 minuti, più del doppio del limite previsto. Riesce a toccarlo e a parlargli, ma il corpo del bimbo è esile  e scivoloso nonchè  imprigionato dal fango. Non si riesce ad afferrarlo per riportarlo in superficie. Dopo  7 tentativi,  Licheri, ormai esausto e rassegnato, non può far altro che mandargli un bacio e tornare sù. In evidente stato confusionale, con gravi ferite su tutto il corpo e in un mare di lacrime, viene  portato con urgenza  in  sala di rianimazione” (http://percorsidisardegna.com/2011/05/04/la-storia-di-angelo-licheri/) […]

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